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21 April, 2021

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BEAUTY NEWS

of the day


I consigli moda di Linda Tol in un'intervista esclusiva. Il suo stile? Parte dalla borsa Chanel 11.12

Le è stata appena dedicata una campagna pubblicitaria che porta la firma di Inez van Lamsweerde e Vinoodh Matadin The Chanel Iconic’. Un titolo che le calza a pennello, perché nessuna borsa è un'icona più di lei. La 11.12 è il simbolo assoluto di Chanel e incarna la it bag dei sogni di ognuna di noi. Versatile e senza tempo è il pezzo che rende prezioso ogni look, stagione dopo stagione, rimanendo sempre se stessa anche quando esplora nuovi materiali e nuove nuance. Come quelle accese e vibranti delle ultime stagioni. Un invito all'energia di cui ultimamente abbiamo tanto bisogno, a causa della pandemia, e a giocare con la moda, seguendo il proprio istinto. Proprio come fanno le influencer sui loro profili Instagram, mostrandoci tutte le interpretazioni possibili di capi e accessori. Linda Tol è tra queste ed è molto legata alla maison, e in particolare alla borsa Chanel 11.12 che ci ha confessato essere alla base dei suoi look più ‘powerful’. Ha realizzato tre outfit per mostrarci come le piace interpretare la celebre it bag Chanel. Ha scelto il colore verde per un completo composto da blazer nero over, T-shirt e pantaloni di denim baggy; un modello blu acceso per una mise composta da coat e jeans e uno pink perfetto con il blazer tempestato di paillettes. Noi l'abbiamo intervistata: ecco i consigli moda di Linda Tol.

Hai vissuto a Milano per molto tempo, mentre ora ti sei trasferita ad Amsterdam. Come definiresti lo stile delle due città, e come hanno influenzato il tuo di stile?

“Ad Amsterdam è importante vestirsi in modo pratico, per andare in bici, con il clima che cambia in continuazione. Ciò che conta è stare comodi piuttosto che essere stylish. Non è come in Italia dove le persone curano molto il proprio stile: è una cosa che mi manca molto. Vivo a 20 minuti da Amsterdam al momento, e qui di stile se ne vede poco. Anche se in centro ci sono luoghi dove trovi persone alla moda, ma mai come in Italia”.

Qual è il tratto distintivo dei tuoi look, e di quale capo o accessorio non potresti mai fare a meno?

“Mi piacciono le silhouette oversize e moderne, adoro lo stile androgino ma con un twist femminile. In questo momento scelgo spesso i pantaloni ampi a vita alta, forse perché ho appena avuto una gravidanza: sono molto comodi da indossare. Li abbino a T-shirt, camicie e blazer over. Poi, per me, è molto importante cambiare borsa ogni giorno. Anzi, si può dire che scelgo prima la borsa e poi capisco cosa indossare. Decido ovviamente anche in base al tempo o al mio stato d'animo, e naturalmente secondo gli impegni che ho in programma: se vado a fare la spesa, se vedo un'amica oppure se ho un meeting di lavoro. Ma la borsa è la cosa più importante. Tutto parte lì, ancora prima delle scarpe”.

Quali sono i must-have che non devono mancare mai nel guardaroba di una donna e che ruolo ha il mondo Chanel nel tuo di armadio?

“Quando indosso la borsa Chanel mi sento davvero ‘powerful’. È stata la mia prima designer bag, mi è stata regalata quando ho compiuto 18 anni. Mi fa sentire davvero bene indossarla. Sento di essere la donna che volevo diventare. Mi dà energia. Ed è qualcosa che viene percepito anche dalle altre persone: la 11.12 è diversa da tutte le altre borse. Ogni donna dovrebbe averla. Ed è bello anche il fatto che può essere tramandata da madre in figlia con il suo stile senza tempo”.

Parlando della 11.12, quale misura, colori e materiali preferisci?

“La mia prima borsa Chanel era nera, media. Ho scelto quella perché sta bene con tutto, è la più classica e la più iconica. Anche la misura è perfetta, è abbastanza capiente per il giorno ma anche molto elegante per la sera. Per la prossima punterò sul colore. Nella nuova collezione ho visto nuance incredibili, le mie preferiste sono rosa e verde”.

Il tuo stile sembra non essere cambiato affatto dopo la maternità. Come hai fatto a coniugarlo con le esigenze da mamma, dove praticità e comodità risultano essere fondamentali, a volte?

“Il mio stile in realtà è migliorato dopo essere diventata mamma. Non vedevo l'ora di indossare di nuovo abiti normali: sono stata felicissima di poter sfoggiare di nuovo i miei outfit e di poter condividere le foto con i follower. Ed è anche per questo che sono più motivata che mai. Certo, in casa cerco di essere vestita in un modo più pratico. Però ci tengo a essere sempre ben vestita, soprattutto ora che c'è la pandemia, non dobbiamo lasciarci andare”.

C'è un'icona di stile a cui ti ispiri?

"Mi piacciono le gemelle Olsen. Perché sembrano molto easy e sempre a proprio agio. Guardando al passato, invece, Coco Chanel. È di grande ispirazione per me. Per come reinterpretava il Menswear, credo di esserle vicina con il mio stile, che è un po' boysh. Indosso anche capi maschili che ‘rubo’ dall'armadio del mio ragazzo".

Che consigli daresti alle giovani generazioni sullo stile?

“Credo che oggi sia molto importante essere se stessi, essere veri e mostrare la propria personalità attraverso i look. Certo, non è facile quando sei giovane: devi trovare il tuo stile. Bisogna puntare sui trend e sui must-have ma quando compri qualcosa meglio scegliere un pezzo che sia un investimento, che duri per sempre". 

Proprio come la borsa 11.12 di Chanel.

ESCLUSIVA
Chanel: il video che svela come nasce l'iconica borsa 11.12
In esclusiva il fashion film di Sofia Coppola dedicato alla celebre it bag e che è parte della campagna The Chanel Iconic


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Torna il rosa, ma quali sono le tonalità di tendenza, e come si indossano? Ve lo spieghiamo nella nostra guida allo stile dedicata alla ‘pink mania’

“Il futuro appare pieno di incertezze, la vita non proprio rosa. Ma rosa sarà di moda. Un colore che sta per ‘donna’ nel senso più tradizionale, ci servirà forse per dimostrare come si possa essere donne nuove senza gesti plateali?”. Così recita un articolo del gennaio 1975 pubblicato di Vogue Italia. Da allora di tempo ne è passato, ma le cose non sembrano molto cambiate. Certo è che il rosa, ora, esplora nuovi abbinamenti, e non è più un tono prettamente femminile. La Primavera Estate 2021 lo propone anche a contrasto e punta su tonalità ben precise: rosa shocking, rosa bubblegum, orchid pink, rosa antico, rosa pastello e il rosa pesca, che mancava dal nostro armadio da un po' di tempo.

Come indossare il rosa secondo le tendenze Primavera Estate 2021 Il rosa in total look

Questa stagione tutte pronte a osare, sfoggiando il rosa all over, accessori inclusi. Un tempo avremmo citato il ‘Barbie style’, ma oggi il rosa esplora soprattutto outfit minimali che puntano alla contemporaneità. Come il look di pelle avvistato sulla passerella di Bottega Veneta.

Bottega Veneta Primavera Estate 2021
Bottega Veneta Primavera Estate 2021
Il rosa con capi e accessori a contrasto

Anche se parliamo di un colore ‘romantico’ questa stagione proprio non può fare a meno dei contrasti.  E così, si abbina il rosa al nero. Proprio come fa Chanel con un outfit composto da crop top, cappa e pantaloni baggy.

Chanel Primavera Estate 2021
Chanel Primavera Estate 2021
Il rosa con il nude e il bianco

Restano comunque gli accostamenti più classici e delicati, e naturalmente, l'interpretazione più magica del rosa, tra ruches e tessuti fluttuanti. Come in questo look Giambattista Valli completato persino da un fiocco bon ton.

Giambattista Valli Primavera Estate 2021
Giambattista Valli Primavera Estate 2021

Guardate la gallery dedicata al colore rosa (dalle gradazioni più strong a quelle più tenui) nelle collezioni Primavera Estate 2021 e scoprite tutte le tendenze di stagione.

Britain's Catherine, Duchess of Cambridge gestures during a visit to School21 following its re-opening after the easing of coronavirus lockdown restrictions in east London on March 11, 2021. - The visit coincides with the roll-out of Mentally Healthy Schools resources for secondary schools and how this is helping put mental health at the heart of their schools curriculum. (Photo by JUSTIN TALLIS / various sources / AFP) (Photo by JUSTIN TALLIS/AFP via Getty Images)
Royal Style
Kate Middleton: il look con cappotto e maglione rosa
Lo stile di Kate Middleton è già in modalità ‘primavera’
ValentinoJason WuDolce & GabbanaBottega VenetaBeatrice .bBalmainValentinoChanelChanelChloéBalmain Gianluca CapannoloChanelChanelChanelEmilia WicksteadEmilia WicksteadIsabel MarantIsabel MarantIsabel MarantIsabel MarantPhilosophy di Lorenzo SerafiniGianluca CapannoloSfizioAlberta FerrettiDiorLanvinLanvinBottega VenetaBottega VenetaGiambattista ValliGiambattista ValliGiambattista ValliAlberta Ferretti


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Liya Kebede è una fonte di ispirazione inesauribile per chi vuole contribuire a costruire un mondo migliore, in cui tutte le donne hanno il diritto di essere padrone del proprio corpo e destino, senza avere paura. Abbiamo parlato con la top model, attrice, designer, attivista e filantropa etiope a qualche giorno dal lancio ufficiale della collaborazione del suo brand lemlem con H&M, con cui ha creato una collezione realizzata con materiali sostenibili, proponendo per la prima volta in assoluto un look lemlem totale. Caftani,  copricostume, prendisole, top e pantaloncini abbinati, costumi da bagno e persino gioielli: la collezione presenta capi e accessori accomunati da colori luminosi che evocano leggerezza, giornate estive e quel senso di libertà di cui abbiamo tanto bisogno in questo periodo. 

Liya Kebede con un capo lemlem x H&M
Liya Kebede con un capo lemlem x H&M

“Lemlem”, che significa "sbocciare e fiorire" nella lingua etiope, è un brand noto per il suo approccio etico e sostenibile alla moda, fondato nel 2007 con lo scopo di produrre abbigliamento artigianale realizzato interamente in Africa, per creare opportunità di lavoro nelle comunità locali. Per celebrare la collaborazione con Liya Kebede, H&M donerà 100 mila dollari alla Lemlem Foundation, che è la onlus del brand e sostiene le donne artigiane in Africa attraverso programmi educativi, affinché non siano costrette a vivere in povertà.

Che cosa ha spinto Liya Kebede a scegliere la H&M per questa collaborazione importante? "Con H&M ho avuto un riscontro creativo molto bello sin dall'inizio. Apprezzo la filosofia con cui il marchio lavora dal punto vista della sostenibilità e ho ritenuto fosse l'opportunità perfetta per dare al mio marchio la giusta piattaforma di lancio e accesso al pubblico e per condividere la nostra storia. La collaborazione è cominciata durante la pandemia, in un periodo in cui siamo stati tutti a casa a lavorare indossando tute, quindi volevamo creare qualcosa che si concentrasse sulla speranza, i colori, la luminosità, il sole, la voglia di uscire e stare di nuovo in mezzo alla gente. Abbiamo scelto trame a strisce, leggerezza e materiali naturali, provenienti da fonti sostenibili o riciclati come il lino organico, il poliestere riciclato e il Tencel Lyocell. La consistenza del materiale è stata importante nel processo di scelta, perché ai materiali sono anche legate le sensazioni che suscitano. Poi abbiamo avuto l'opportunità straordinaria di poter creare un look lemlem completo, aggiungendo i gioielli alla collezione. È stata una collaborazione fantastica."

Alla realizzazione della campagna pubblicitaria per la collezione ha contribuito anche la figlia sedicenne di Liya, Raee Kebede. Un momento speciale che ha significato tanto per entrambe. 

Liya e Raee Kebede indossano capi della collezione lemlem x H&M
Liya e Raee Kebede indossano capi della collezione lemlem x H&M

Che cosa ha provato Raee, lavorando a fianco di sua madre? "È stato meraviglioso. Almeno per me, è stato uno di quei momenti che ricorderò per sempre. Raee si è divertita tanto, era felice di poter contribuire anche ai video. Era occupata a parlare con tutti e coordinare iniziative, si sentiva utile oltre a farsi fotografare. Sul set mi sentivo la mamma di tutti, anche delle altre due ragazze che hanno partecipato alla campagna (Kesewa Aboah e Noa Asade, ndr).  Con le immagini abbiamo voluto trasmettere proprio l'idea della sorellanza e celebrare ciò che ci unisce, invece di sottolineare le differenze, come spesso accade in altri contesti. Volevamo essere unite, esprimendo l'abbraccio ideale tra la vecchia e la nuova generazione, come in un circolo di vita che continua a ripetersi senza fine."

La sostenibilità è oggi una filosofia fondamentale e ha un impatto centrale sul nostro modo di vivere. H&M si è impegnato a esplorare nuove soluzioni per fare la differenza nel settore della moda. 

L'industria della moda sta facendo abbastanza per promuovere la sostenibilità e contribuire a un mondo migliore?  "A mio avviso, la parola sostenibilità e la sua definizione attuale sono troppo ristrette. Di solito quando si parla di sostenibilità ci si riferisce ai materiali, soprattutto nella moda. Per me invece già quando ho iniziato a parlarne circa tredici anni fa, si trattava del fattore umano, delle persone, e di come rendere la vita sostenibile. Per me sostenibilità significa anche parlare di inclusività, tolleranza, di comprendere la storia di ognuno di noi e celebrare quella di tutti, nessuno escluso. Significa assicurarmi che ci si prenda cura di tutto nel nostro pianeta, delle persone, delle culture, dell'aria che respiriamo e dell'oceano. La moda sta facendo del suo meglio a proposito dei materiali utilizzati, ma credo che anche sostenersi a vicenda e guardare agli altri e al mondo con un'attitudine positiva faccia parte di una mentalità sostenibile. Non è facile e ci vorrà tempo, ma ci stiamo lavorando in tanti con ottime intenzioni, quindi restiamo ottimisti e continuiamo a pensare a come poter migliorare le cose in maniera globale, con la consapevolezza che ci sia ancora tanto da fare. Il mondo sta cambiando, tante cose stanno accadendo in positivo, ma possiamo e dobbiamo fare di meglio."

Liya Kebede è un'ambasciatrice dell'OMS per la salute materna e attraverso la Fondazione Liya Kebede si batte per la stessa causa, promuovendo progetti mirati a sensibilizzare e sostenere programmi educativi e medici basati sulle comunità. 

Liya in lemlem per H&M
Liya in lemlem per H&M

Ripensando al momento in cui ha accettato questi incarichi e intrapreso questo percorso, quali sono stati i traguardi principali raggiunti e quali sono quelli chiave per il futuro, con una pandemia globale in corso?  "Credo siano stati fatti molti progressi circa la salute materna, ma ora soprattutto a causa del Covid-19 le persone più colpite sono proprio le madri, insieme alle comunità più fragili. È un momento molto difficile e riallacciandomi al concetto di sostenibilità, tanti ne stanno parlando e facendo passi avanti, che si tratti dell'oceano, dell'inquinamento atmosferico o altro. Spero si continui a procedere in questa direzione. Voglio credere che ci sia abbastanza gente nel mondo che sceglie di stare dalla parte giusta delle cose."

L'impegno sociale è sempre stato fondamentale nella vita e carriera di Liya Kebede. Nel 2009, Liya ha accettato di interpretare il ruolo di Waris Dirie nel film "Desert Flower", basato sull'autobiografia della modella, autrice, attrice e attivista somala, che si è battuta per i diritti umani e contro le mutilazioni genitali femminili. Un film forte, commovente e indimenticabile, in cui Liya ha brillato e che ha significato tanto per moltissime donne in tutto il mondo, suscitando interesse a livello globale sul tema della mutilazione genitale femminile.

In che modo il film ha influito sulla sua vita e carriera? Crede che siano stati fatti dei progressi significativi dal film? Direbbe che le donne oggi si trovano in una posizione migliore per poter decidere della propria vita, anche in aree del mondo dove questo concetto è da sempre una battaglia quasi impossibile da vincere?  "Il film "Desert Flower" ha cambiato tutto per me. Ho fortemente voluto interpretare questa donna e capirla. Penso che lo shock più grande per me sia stato il rendermi conto del fatto che spesso non mettiamo in discussione nulla. Accettiamo tante cose in modo automatico.  Ci sono stati progressi e in molti paesi la mutilazione genitale femminile è stata dichiarata illegale, anche se probabilmente molte persone continuano a praticarla. Eppure oggi se guardiamo agli Stati Uniti, ci rendiamo conto che lì stanno cercando di rendere illegale l'aborto e non posso accettarlo. Una cosa è l'Africa dove tante persone purtroppo non sono consapevoli di certe situazioni, ma combattere lo stesso tipo di lotta in un paese come gli Stati Uniti non ha alcun senso per me e mi chiedo come potremo andare avanti in questo modo, tornando indietro di decenni. Penso che le donne si stiano riappropriando di ciò che loro appartiene, ma in tanti stanno cercando di fermarle, anche in una nazione avanzata e moderna come gli Stati Uniti. Pensiamo anche alla questione del gender, con governi che vogliono stabilire delle regole in merito. Quindi cosa significa essere liberi? Sembra che sebbene il mondo stia andando avanti, molte cose stiano invece regredendo. Sembra che la libertà spaventi le persone. Sono sempre sorpresa quando leggo le notizie, soprattutto degli Stati Uniti, che dovrebbero essere la terra della libertà e il luogo da cui viene la libertà. Invece sappiamo tutti quello che sta succedendo e le cause per cui si batte il movimento del Black Lives Matter. Alla fine nessuno è veramente libero e io non riesco a capire cosa stia succedendo. È difficile da accettare."

Liya sospira a lungo e poi ci rivela un aneddoto del film che solo pochi conoscono.  “Mentre giravamo il film, per interpretare il ruolo di Waris Dirie da piccola abbiamo scelto una ragazzina che era venuta solo per accompagnare la sorella maggiore a fare il casting. L'abbiamo notata subito, era bellissima. Poi abbiamo scoperto che era anche la nipote della donna che interpretava la madre di Waris Dirie nel film e che non era stata ancora circoncisa, ma che sarebbe stata costretta a farlo al termine delle riprese. Siamo intervenuti subito, parlando con la madre e l'intera famiglia. Ci hanno risposto che, se non si fosse fatta circoncidere, nessuno l'avrebbe sposata e di conseguenza la vita sarebbe finita per lei, perché questa è l'unica opzione accettabile per le donne nel suo paese di provenienza. In questi paesi gli uomini non ti vogliono se non sei circoncisa, perché gli è stato fatto credere che se una donna non è circoncisa si sentirà sessualmente libera e li tradirà. Le donne si lasciano circoncidere perché altrimenti non si potranno sposare o avere una vita normale, non hanno scelta. Siamo riusciti a salvare questa ragazza parlando con la famiglia, ma tante altre non hanno la stessa fortuna. È assurdo e terribile pensare a quanto sia difficile sconfiggere queste idee, ancora oggi".

Sembra esserci un filo invisibile che attraversa la vita di Liya Kebede, portandola in luoghi e situazioni in cui ha potuto fare la differenza e cambiato la vita di tante donne. Sembra quasi che ci sia un significato più profondo in quello che fa e nel modo in cui riesce ad ispirare le nuove generazioni. 

Ripensando alla sua giovinezza, pensa che i suoi sogni e propositi si siano concretizzati? "Da ragazza volevo essere libera e continuo a combattere per esserlo del tutto ancora oggi. Sono profondamente grata per tutto quello che mi è stato concesso di fare e rappresentare - e per tutti i cambiamenti a cui ho potuto contribuire. Lo considero un grande privilegio. Allo stesso tempo, credo che ci sia ancora tanto da fare per tutti noi."

Che cosa c'è nel futuro di Liya Kebede e del suo brand lemlem? Qualcosa di particolare che le sta a cuore?  "Mi interesso di tante cose al momento, sto attraversando un periodo felice e valutando diverse proposte per i prossimi mesi e anni. Dal cinema ai libri e all'arte, sto considerando opzioni diverse, tutte altrettanto eccitanti. In un certo senso mi sento come se stessi ricominciando, leggo tanto e scopro tante cose nuove. Mi entusiasma pensare al futuro. Sono sempre stata il tipo di persona a cui piace lavorare contemporaneamente su vari fronto e sto imparando ad accettarmi ogni giorno di più. Sono felice, ma so anche di essere in fondo solo all'inizio. C'è tanta vita che mi aspetta. Sono pronta."

lemlem x H&M La collaborazione lemlem x H&M è una collezione di abbigliamento da donna che presenta caftani e capi da spiaggia, costumi da bagno, gioielli e accessori, realizzati con materiali sostenibili. Disponibile dal 22 aprile, la collezione lemlem x H&M si può acquistare in negozi H&M selezionati e online su hm.com

lemlem per H&M
lemlem per H&M
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lemlem per H&M
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Chet Lo è un designer che vive e lavora a Londra, non aveva in mente di creare gli originali capi knitwear che sono diventati una vera ossessione in questi ultimi 12 mesi. A dirla tutta, lo stilista 24enne non aveva nemmeno intenzione di lanciare una griffe. “Volevo la stabilità del lavoro fisso, poi mi sono accorto che non c’era nulla di esaltante”, dice a Vogue su Zoom dal suo studio di Londra est.

Il creativo di origini asiatiche-americane è arrivato a Londra per uno scherzo del destino, nel 2015, quando si è iscritto al corso di laurea di knitwear presso la prestigiosa Central Saint Martins. Le sue creazioni sono chiaramente influenzate dalle sue radici asiatiche, con un senso di nostalgia accentuato dalla sua fascinazione per “i vecchi fumetti giapponesi e per l’immaginario dei film Godzilla e Ultraman”. Fra uno stage e l’altro presso big della moda luxury come Maison Margiela e Proenza Schouler, il creativo, nato a New York, si è imposto grazie soprattutto ai particolari dettagli ‘a punta’ delle sue creazioni. 

Chet Lo ha poi creato una collezione di laurea futuristica (intitolata Cnidaria’s Wife), accolta da recensioni entusiastiche. Dopo pochissimo tempo creava già capi su misura per Kylie Jenner, e di recente ha lanciato una nuova collezione che si ispira agli angeli ribelli delle “anime” anni 90. Probabilmente avete già visto le “dream girls” di Lo, Doja Cat e SZA, sfoggiare le sue creazioni su misura rosa e nude nel video della loro super hit Kiss Me More.

Vogue ha “incontrato” il designer che ha parlato del suo anno eccezionale, di quanto sia importante rendere omaggio alla cultura asiatica nelle sue creazioni e ha detto che la priorità della sua griffe è rendere le donne bellissime.

Erika KamanoCome è stato il 2020 per te e per le tua griffe?

“Non ho mai smesso di lavorare. Mi sono laureato nel 2020 nel bel mezzo della pandemia, cosa piuttosto stressante. Poi ho pensato, ‘Ehi, non mi voglio mica fermare’. Lavorare durante la pandemia mi ha insegnato a essere molto indipendente e a prendere decisioni rapidamente”.

Perché ti sei appassionato di knitwear?

“Un amico mi ha incoraggiato a iscrivermi alla Central Saint Martins di Londra dopo aver seguito dei corsi pre-universitari al Fashion Institute of Technology e alla Parsons School of Design a New York nel 2013. Le cose si sono impennate da lì. Uno dei miei tutor alla CSM ha notato che ero bravo con i tessuti. E la maglieria era perfetta, perché mi permetteva di sperimentare con abbinamenti di texture e di giocare con forme eleganti. Il tessuto influenza la forma. Parto dai tessuti, poi osservo come cadono sul corpo, e che tipo di forma viene fuori da lì”.

knitwear maglieria Chet Lo designer cinese americano .jpgErika KamanoParlaci di come è stato per te l’anno scorso.

“Sto cercando di sensibilizzare il più possibile le persone su questa ondata di odio anti-asiatico. Mi sembra tutto così avvilente. Sono preoccupato per la mia famiglia, in particolare per i miei genitori che stanno a New York. Mia madre insegna e va a scuola a piedi. Poco tempo fa mi ha raccontato che una persona le ha urlato contro e sputato addosso, era la prima volta in trent’anni. Di recente ho organizzato una lotteria mettendo in palio i miei vestiti e ho donato i proventi delle vendite dei biglietti all’organizzazione no-profit Stop AAPI Hate”.

Hai fatto uno stage da Proenza Schouler e uno da Maison Margiela. Che cosa hai imparato?

“Da Maison Margiela lavoravo con il team artisanal, quindi era lavoro concreto, sul campo, ho imparato a capire come lavora Galliano. Ricordo le fasi preliminari della collezione, all’inizio non capivo, poi a un certo punto tutto diventava bellissimo e perfetto, e si affermava l’importanza dello storytelling e di come le cose alla fine vanno tutte al loro posto. Tutti dicono che Galliano è un genio, ed è vero”.

“Invece da Proenza ho imparato a essere assertivo, tecnico, ho capito quanto sia importante la conoscenza del settore, e il significato di professionalità”.

Erika KamanoCome immagini la donna Chet Lo?

“Adoro le mie Chet Lo ladies — sono sexy, audaci, sfrontate e futuristiche. Voglio eliminare ogni tipo di timore riguardo ai vestiti. Ne abbiamo passate tante, specialmente negli ultimi anni, io cerco solo di rallegrare le giornate di chi indossa i miei abiti”.

La tua collezione ‘2nd generation’ racconta di angeli caduti sulla Terra. Che cosa c’era sulla tua mood board per lo shooting?

“Ero ossessionato dalle anime giapponesi Neon Genesis Evangelion, penso siano visivamente stupende. Stavo considerando varie idee per le mia seconda collezione, e poi tutto ha avuto un senso. Il mood era questo: angeli robotici scesi sulla Terra, mi piace ispirarmi all’universo vintage giapponese per integrarlo nel mio immaginario. Per me è una cosa estremamente importante, questo è ciò che sono, ed è presente nel mio lavoro fin dai tempi dell’università.

“La fotografa Erika (Kamano, NdR) e la stylist Ella (Lucia, NdR) hanno visto uno dei miei look su una modella e hanno detto subito, ‘Lo vogliamo’! e questo conferma l’importanza di creare capi che generino questo tipo di entusiasmo”.

Erika KamanoCeleb come Doja Cat, SZA e Kylie Jenner sono impazzite per le tue creazioni. In che modo incarnano la tua estetica? E chi altro ti piacerebbe vestire?

“Quando ti fanno complimenti sul tuo lavoro è bellissimo. Ti fa andare avanti, ti fa sentire valorizzato. La stylist di Doja Cat mi ha contattato e mi ha chiesto se potevo prestarle alcuni capi per un possibile shooting, e poi tutt’a un tratto questi capi sono diventati quattro body su misura e un top. Sono felice di avere avuto l’opportunità di vestire lei e anche SZA. Quando Michaela Coel (l’attrice e sceneggiatrice, NdR) ha indossato uno dei miei top mi sono davvero emozionato perché I May Destroy You è una serie TV di grande ispirazione. Mi piace molto Lucy Liu e mi piacerebbe vedere lei e Kelsey indossare le mie creazioni”.

Cosa succederà adesso? 

“Ho appena iniziato a lavorare alla mia prossima collezione, il mood è molto, molto sexy. Sarà disponibile a settembre e sono davvero entusiasta di far conoscere ancora di più il mondo di Chet Lo”.



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There are no grey areas with Tom Mercier. The Tel Aviv-born French-Israeli actor has a complicated relationship with Paris, the city he’s lived in since 2017. “Sometimes I want to take a bullet to my head,” he admits over a Zoom call from his kitchen, “and sometimes I want to hug the whole city all at once. You can feel both of those feelings. Paris is a central place for me to live, to pass, and to grow up... I’m looking for myself, I’m building myself here.”

Evening shirt with pleated collar in silk, trousers in wool and mohair. All clothing, Lanvin.
Evening shirt with pleated collar in silk, trousers in wool and mohair. All clothing, Lanvin.
Bruno Staub

Mercier’s first role, and reason for leaving Israel, was to play the part of Yoav – a young Israeli man who heads to Paris under the notion that France could be his salvation – in Nadav Lapid’s critically acclaimed film Synonyms. “You have a lot of pressure with your first role,” he says, “but I realised that the pressure is actually far less when you’re new. I can be a failure but nobody knows me. I’m an unknown man, an unknown person, and when you’re unknown, you can allow yourself to enter into a new world where you’re still discovering everything. One of the most beautiful things about cinema is that sense of discovery, and that’s why I think so many great actors don’t want to learn their text. They want to transform the character, so they can live it every day, in the same shoes. Just like great painters. Like Picasso, who spent his whole life trying to draw like a child, it’s important to try not to be so professional all of the time.”

Double-breasted balloon sleeves coat in wool, long-sleeved polo shirt in printed silk, straight trousers in wool. In the background. Pleat trousers in wool and mohair, tailored shorts in silk and virgin wool. All clothing, Lanvin.
Double-breasted balloon sleeves coat in wool, long-sleeved polo shirt in printed silk, straight trousers in wool. In the background. Pleat trousers in wool and mohair, tailored shorts in silk and virgin wool. All clothing, Lanvin.
Bruno Staub

Raised in the beachfront suburbs of Herzliya Pituach, Mercier managed to avoid Israel’s mandatory military service “because they found that I didn’t have the capacity to do it, so they gave me a release”, he says. At 18 years of age, after having “begrudgingly” attended a few theatre classes simply as a way to get into the school he wanted to go to (“My grades were so bad that I had to do something”), Mercier had a breakthrough. “I was laughing and messing around with my friend one day, and my teacher gave me an Arthur Miller book, and she told me to take it and read it aloud. I was trying, really trying, and I was still giggling with my friends, but then I found myself... My face was laughing, but I felt that rhythm coming through the words, and it felt so natural to me. At the same time, I had struggled with reading and writing since childhood because I’m dyslexic, but for the first time I found myself excited. This giggle that I had in me became the wave that gave me the first feeling of what it means to interpret something.”

Polo shirt in printed silk, shorts in cotton denim. All clothing, Lanvin.
Polo shirt in printed silk, shorts in cotton denim. All clothing, Lanvin.
Bruno Staub

Hearing Mercier speak of reaching the fluid emotional highs of theatre, it’s impossible to ignore the resounding sense of self-discipline that reverberates throughout his life, serving as a current, or force, propelling him forward, encouraging him to do better, to achieve more at all times. Having been bullied as a child, his parents put him into judo classes so he could learn to defend himself. He ended up practicing five times a week from the age of six. “It’s an art,” he says. “It takes a lot of dedication. There’s no talking, no punching beneath the belt. It’s very self-disciplined.” In his teen years, Mercier went on to become a professional athlete, representing Israel in competitions. “I learnt a lot from that, because you have to be disciplined. And for me, as a child, it gave me a sort of frame, and at the same time I think that I found my liberty within that same frame, and this is why I love ballet, judo and sports in general. When you see a very high-performing athlete, you see that they are extremely disciplined men, but at the same time they’re looking for freedom through their art, so I take a lot of elements from judo and put that into my acting.”

Embroidered silk asymmetric pajama shirt and shorts, slip on shoes in calfskin with gros-grain bow. All clothing, Lanvin. Louis Durot Spiral chair, Jaymar.
Embroidered silk asymmetric pajama shirt and shorts, slip on shoes in calfskin with gros-grain bow. All clothing, Lanvin. Louis Durot Spiral chair, Jaymar.
Bruno Staub

(Continues)

Fashion credits:  Photographs by Bruno Staub Styling by Delphine Danhier All clothing, Lanvin Stylist assistant Théo Guigui Hair: Ramona Eschbach, make-up: Patrick Glatthaar, both @Total Set design: Olivia Aine @ Artlist On set: Kitten Production

Opening photograph: double-breasted shawl collar coat in wool, shirt in cotton with embroidered bow, tailored shorts in silk and virgin wool, Sugar bag in lambskin. All clothing, Lanvin. 

Read the full interview by Samira Larouci and see the photo shoot by Bruno Staub in the May issue of L'Uomo, on newsstands from April 13th


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Se siete in cerca di un’abbondante iniezione di glamour, tenete pronti i vostri rossetti rosso acceso. L’attrice Lucy Hale, conosciuta nei panni di Aria Montgomery in Pretty Little Liars (dal 2010 al 2017), è una patita delle labbra rosse. Così tanto che sono diventate il cardine del suo make-up preferito, ispirato alla Hollywood di una volta – e tutto grazie a sua nonna.

“Da piccola la guardavo sempre mentre si metteva il rossetto, anche senza bisogno dello specchio” ci racconta la trentunenne dalla sua casa a Los Angeles. “Ho sempre pensato che fosse la persona più bella del mondo.” Oggi Lucy padroneggia a sua volta questa arte, a cui ha aggiunto qualche tocco contemporaneo.

“Adoro i look con make-up completo, ma voglio che la mia pelle sia sempre splendida”.

Motivo per cui la preparazione della pelle è tutto. Lucy tonifica il suo viso prima di applicare creme e sieri, evitando le aree a rischio pori ostruiti. E come ogni vera adepta della bellezza, ammette: 

“Comprerei qualunque cosa abbia a che fare con la bellezza o la cura della pelle”.

Il massaggio facciale Gua Sha è una delle tecniche di fiducia di Lucy per favorire il linfodrenaggio, oltre al massaggio con sfere in acciaio inossidabile sotto agli occhi, ma il suo strumento più utilizzato è semplicemente il frigorifero. Trova importante raffreddare prodotti e accessori prima di utilizzarli sul viso, sia per prolungare la durata dei principi attivi, sia per abbassare la temperatura dei cristalli e delle sfere in questione, così da ridurre rapidamente il gonfiore mattutino, dandosi al contempo una svegliata.

La base del trucco è fondamentale per ottenere un risultato finale impeccabile, e così, dopo un leggero strato di fondotinta, Lucy passa ai correttori – la sua parte preferita, per la quale impiega ben tre prodotti. L’attrice prosegue con una spolverata di cipria sulla zona T per cancellare ogni traccia di untuosità prima di evidenziare la punta e il ponte del naso e l’angolo interno degli occhi.

“Sono una da mascara, mi piace averne tanto e sempre.”

Ma non dimentichiamoci delle sopracciglia folte, tratto distintivo dell’attrice presenti in numerose bacheche a tema bellezza su Pinterest. Come noi, anche lei dedica un’attenzione particolare alle sopracciglia (che possono cambiare un look da così a così), e le sue fonti di ispirazione includono Dua Lipa e Lily Collins: “Più folte e spesse sono, meglio è.” Oggi come oggi, Lucy punta a un aspetto delle sopracciglia naturale e non troppo definito, e perciò se le pettina verso l’alto prima di applicarvi una matita delicata di una sfumatura più chiara rispetto al colore dei capelli, e infine un gel per sopracciglia.

E per il gran finale, naturalmente, le labbra rosso acceso. Questo, avverte, è il momento di prendersi tutto il tempo necessario. Ma lasceremo che sia Lucy Hale a spiegare personalmente i suoi metodi. 

“Fa molto ‘vecchia Hollywood’, ed è facile da realizzare, ma è un look che sfoggerei più o meno ovunque”.

Premete play per scoprire tutti i dettagli.

Credits:

CASTING: Nurrrr

Beauty Credits:

Lotion P50 1970, by Biologique Recherche Banana Bright™ Eye Crème, by Ole Henriksen Noni Bright Vitamin C Serum, by Kora Organics Cosmic Glow Oil, by Supernal Bain Gua Sha, Black/Gold, by Ava Kensington Cryo Face Lift and Tightening Massager, Black Silver,  by Ava Kensington Sérum Placenta, by Biologique Recherche Luminous Silk Foundation, 5 & 5.5, by Armani Beauty Shape Tape™ Concealer, 22N Light Neutral, by Tarte Cosmetics Radiant Corrector For Eyes, Beige, by Clé de Peau Beauté Pro Airbrush Concealer Brush, No 57 Sephora Collection, by Sephora Concealer SPF 25, Beige, by Clé de Peau Beauté Tinted "Un" Powder, 0-1, by RMS Beauty  Les Beiges Bronzing Cream, by Chanel Sublimage Mini Kabuki Brush, by Chanel Show Curl XL Lash Curler for Round Eyes, Sephora Collection by Sephora EF 2 Brush, by Mario Makeup Filmstar Bronze & Glow Contour Palette, Light to Medium, by Charlotte Tilbury Master Mattes™ Eyeshadow Palette, Warm Tan, by Makeup by Mario  All-Day Intense Gel Eyeliner™, Deep Chestnut (140), by Almay Master Pigment™ Pro Pencil, The Perfect Brown, by Makeup by Mario Master Mattes™ Brightening Pencil, by Makeup by Mario Length & Lift Mascara™, Black (030), by Almay Positive Light Liquid Luminizer, Transcend, by Rare Beauty Stay Vulnerable Melting Blush, Nearly Mauve, by Rare Beauty Pro Cream Brow Brush, 68, Sephora Collection, by Sephora Brow Defining Pencil, DP Brown, by Kelley Baker Brow Styler™ Brow Mascara, Clear (040), by Almay Major Headlines - Precision Lip Crayon, That's Why She's Late, by Patrick Ta Major Headlines - Matte Suede Lipstick, That's Why She's Late, by Patrick Ta



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Le collezioni primavera estate 2021 dei talenti di nuova generazione 

Il riferimento a Jeanne D'arc - figura popolare nella storia e nell'arte - è evidente. Una santa guerriera cha si sacrifica per la grandezza. Come la sostenibilità nella moda per favorire i cambiamenti nel sistema moda verso una maggiore unità ecologica e giustizia sociale. La sua figura , santa e coraggiosa, si incarna nella purezza. 

Fotografo: Phan Võ aka FAN 

È un fotografo di moda di nascita vietnamita, con sede a Parigi. Con sei anni di esperienza nella fotografia di moda, Phan partecipando alla scuola di moda di Parigi, si arricchisce in diversi mercati. Le fotografie di Phan offrono uno scorcio di un punto di vista alternativo, splendido con i movimenti sottili e delicati. La sua manipolazione della luce, del colore e della composizione converte il suo senso in una sperimentazione contemporanea nella fotografia di moda.

Stylist EMY

Nata a Firenze e cresciuta a Parigi, ha sempre creduto che la moda implicasse una riflessione sui cambiamenti sociali, politici, economici e culturali. Vuole usare la moda come un modo per cambiare il mondo e renderlo un posto migliore in cui vivere. Ma dal momento che la moda è la seconda industria più inquinante al mondo, si è iscritta prima al corso di Moda e Sostenibilità al London College of Fashion del gruppo Kering, prima di prendere parte ad altri corsi come il corso di Moda Sostenibile presso la Copenaghen Business School. Nel 2017, dopo più di 10 anni nel sistema Fashion Retail, decide di dedicare le sue energie e il suo lavoro interamente alla Moda Sostenibile e diventa Freelance Stylist. Nel 2019 ha creato The Eco Studio, un'agenzia creativa incentrata sul green. Ha anche conseguito il certificato in Giornalismo di Moda presso il Conde Nast College of Fashion & Design di Londra e ha deciso di diffondere la sua voce sulle soluzioni sostenibili nella moda scrivendo articoli per più riviste di moda.

Tutti i capi appartengono alle collezioni primavera estate 2021

Resposible Courses
Moda sostenibile: dove studiare in Italia?
Ecco una lista di istituti che promuovono un'educazione sostenibile nell'ambito della moda in Italia 
Mask Muriel Nisse Jacket Acheval Jewelry Capucine H Jewellery1.JPG
Maschrea Muriel Nisse, top Acheval, gioielli Capucine H Jewellery
Phan Võ aka FAN Jewelry Capucine H Jewellery Jewelry Parts of Four Jacket Acheval2.JPG
Giacca Acheval, gioielli Capucine H Jewellery e Parts of Four
Phan Võ aka FAN Jewelry Capucine H Jewellery Jewelry Parts of Four Shirt The Shiff3.JPG
Camicia The Shiff, gioielli Capucine H Jewellery e Parts of Four
Phan Võ aka FAN Jewelry Parts of Four Top Maison Margiela4.JPG
Top Maison Margiela, gioielli Parts of Four
Phan Võ aka FAN Jewelry Foutone Dress Slender Studio5.JPG
Vestito Slender Studio, gioielli Foutone
Phan Võ aka FAN Dress Iris Van Herpen6.JPG
Abito Iris Van Herpen
Phan Võ aka FAN Top & Pants Angele Lepolard Jewelry Foutone Shoes Stella McCarteney7.JPG
Top e pantaloni Angele Lepolard, gioielli Foutone, scarpe Stella McCartney
Phan Võ aka FAN Dress & Necklace & Bag Maison Margiela Belt Riyamatsu8.JPG
Abito, collana e borsa Maison Margiela, cintura Riyamatsu
Phan Võ aka FAN 


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Esercizi vocali: dalle emozioni alla postura 

La voce ci rende riconoscibili, in qualche modo ci identifica. Anche e soprattutto quando non è “canonica”. Pensiamo ad Adelaide (Vivian Blaine), l’eterna fidanzata di Frank Sinatra in Guy and Dolls o a Lina Lamont (Jean Hagen) in Singing in the rain che veniva doppiata da una giovanissima Debbie Reynolds, donne carismatiche ma con una voce respingente. Una bella voce, calda e sensuale, può rendere interessante qualunque persona. Ma da cosa è caratterizzata una bella voce? Ed è possibile migliorarla, rendendola più affascinante? 

Singer and actress Lady Gaga arrives for the premiere of the film
Smells Good
Lady Gaga volto del nuovo profumo di Valentino: Voce Viva 
Il nuovo profumo di Valentino, Voce Viva creata da Pierpaolo Piccioli in collaborazione con Valentino Beauty, ha il volto di Lady Gaga 

“La voce è collegata al proprio Io profondo, il segreto è utilizzare la propria voce attraverso la propria identità, senza filtri, lasciando passare le emozioni, solo in questo modo si può migliorare la propria voce”, spiega la vocal coach Milena Origgi, d’origine italiana, ma da anni trapiantata a Boston, nota come Mylena Vocal Coach o The Voice Guru e creatrice del metodo Inborn Voice (www.inbornvoice.com). 

“Non è un percorso facile, ma nemmeno impossibile, richiede tempo e impegno. Il primo passo è la consapevolezza delle proprie capacità vocali per connetterle alle emozioni. La voce è uno strumento che va educato, non solo con vocalizzi, la postura e le performance del diaframma, ma anche attraverso l’interazione tra le vibrazioni vocali e la vita quotidiana. Il mio metodo innovativo è un vero e proprio 'voice makeover', non viene trasformata solo la voce, ma l’intera persona, attraverso un percorso di riallineamento vocale. Occorre far emergere la voce che tutti hanno dentro, ma non riescono a liberarla. Con la voce ci esprimiamo, comunichiamo e dobbiamo imparare a spezzare le catene delle nostre emozioni più profonde”.

Il metodo Inborn Voice

Un miglioramento della propria voce non è solo un miglioramento delle capacità di conversazione, ma si estende anche ad avere migliori relazioni personali in tutti gli ambiti: lavorativo, sociale e sentimentale. “Prima di iniziare un percorso di formazione, viene fatta una valutazione vocale on line di 45 minuti dove si avrà un feedback sulla voce e sulle attuali capacità di comunicazione”, spiega Origgi, che tra i suoi clienti annovera importanti attori, cantanti e politici. 

"Se la persona decide di continuare, viene studiato un percorso personalizzato inteso a migliorare la voce, ma anche a rafforzare la propria autostima, a non avere paura, a riuscire a controllare gli stati d’ansia, sudorazione, secchezza della bocca e vuoti di memoria. Il mio metodo è in continua evoluzione, a oggi si divide in 3 fasce: l’area tecnica, l’area emotiva e il riallineamento vocale. La prima area non riguarda esercizi sonori, ma esercizi silenziosi, lievi modulazioni, potenziamento del diaframma per poi passare all’area emotiva, rimuovendo nella tonalità della voce quello che è stato appreso di sbagliato, in modo volontario e involontario, cercando di far ritornare la vocalità allo stato originario. 

A questo punto inizia il riallineamento vocale, dove la persona ritrova il proprio equilibrio, la propria essenza, la purezza della sua voce. Alla fine del percorso si ha un aumento della respirazione diaframmatica di oltre il 400%, si eliminano le difficoltà respiratorie, il reflusso gastrico, si apprendono le corrette pause, le sfumature vocali e ci si sente meglio e sicuri di se stessi. E con una bella voce". Il percorso richiede un impegno che va dalle 10 alle 20 sedute, secondo le necessità di ognuno. La vocal coach nel suo libro La via della Voce spiega il metodo Inborn Voice, una visione olistica della formazione vocale. Il libro è stato incluso nella bibliografia del corso Communication Skills dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Esercizi per migliorare la voce

Il metodo Inborn Voice non ha niente a che vedere con i corsi di “public speaking” dove si eseguono esercizi già programmati che mancano di naturalezza e non si va a toccare l’emozionalità della voce. "Io mi considero un’accordatrice dell’anima, la voce nasce dall’interno e deve essere in sintonia con noi stessi. Non può essere una vocalità rigida, ma deve essere fluida e vibrante – continua la Voice guru. 

“Esercizi vocali da fare da soli? L’esercizio più semplice e alla portata di tutti è registrarsi mentre si parla durante una conversazione romantica o di lavoro per poi riascoltarsi e assumere consapevolezza della differenza tra le emozioni che si volevano esprimere e quelle che realmente sono arrivate all’esterno. Purtroppo molte persone non si rendono conto di come risuoni agli altri la loro voce. Fare esercizi da soli però è un’arma a doppio taglio, senza la giusta supervisione si rischia di introdurre cattive abitudini vocali. Proprio per questo consiglio a chi ritiene la ripetizione meccanica di un discorso o di un esercizio tecnico come una panacea, di non eccedere. Non è questa la soluzione. Il consiglio che do sempre ai miei clienti, soprattutto agli attori, è di fermarsi non appena sentono trasparire la giusta emozione, per farla propria. Quando si tratta di vocalità è più importante la qualità delle sfumature che la quantità di esercizio”.



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Grey's Anatomy: arriva la 17esima e forse ultima stagione. Ecco un riassunto dei dottori più hot rimasti nella serie tv

La fine è vicina: non per essere apocalittici ma la diciassettesima stagione di Grey’s Anatomy, in onda dal 20 aprile su FOX, potrebbe essere l’ultima. Le avventure di Meredith e soci potrebbero giungere al capolinea, con un ciclo di episodi ambientati nell’era Covid-19, con qualche ritorno attesissimo dal passato. (ATTENZIONE SPOILER) Come annunciato tempo fa, il volto più amato in corsia, quello del Dottor Stranamore , al secolo Patrick Dempsey, fa capolino nei sogni della moglie (Ellen Pompeo), malata di Covid e quindi quasi traghettata in una dimensione onirica popolata da persone che ha amato tanto. La nuova rivelazione shock, però, riguarda un altro amatissimo dottore, Andrew DeLuca (l’italo-canadese Giacomo Gianniotti), che muore da eroe nella settima puntata. Per scoprire come, però, il pubblico deve guardare l’episodio corrispettivo di Station 19, lo spin-off dedicato ai vigili del fuoco di Seattle, che riprende la vicenda dove si era interrotta nella puntata precedente. Il medico, infatti, ha un presentimento inquietante su una donna, che accusa di traffico di minori e questa situazione lo mette in estremo pericolo.

Andrew DeLuca (Giacomo Gianniotti)GIACOMO GIANNIOTTI
Andrew DeLuca (Giacomo Gianniotti)
Mike Rosenthal

A dire il vero, dopo svariate centinaia di episodi, sembra evidente che la serie creata da Shonda Rhimes (produttrice di Bridgerton) faccia una vera e proprio ecatombe nello staff. Tra aerei che cadono, pazienti con bombe a mano nello stomaco e una serie infinite di altre catastrofi, i chirurghi della serie si sono praticamente decimati a ritmo vertiginoso. E chi non viene fatto fuori, poi per un motivo o per un altro se la dà a gambe. Non tutto è perduto, però: le fila di affascinanti camici restano ben nutrite. Ecco allora dei cinque più sexy in circolazioni per gli episodi conclusivi che saranno – ci scommettiamo – a dir poco esplosive.

1. JACKSON AVERY (JESSE WILLIAMS)

Da oltre dieci anni, il chirurgo plastico Jackson Avery sfata il mito del figlio d’arte capriccioso. Da specializzando si sforza per dimostrare che avere un cognome importante e di esserne degno. Ex rubacuori impenitente, sembra voler cambiare vita quando si dichiara sull’altare ad April, mentre la ragazza sta per sposare un altro. Il matrimonio naufraga nonostante una figlia e attualmente si trova nel bel mezzo di un dilemma sentimentale perché non riesce a tenersi stretta una relazione. Un po’ come il suo interprete Jesse Williams, che compie 40 anni ad agosto e ha divorziato dopo cinque anni dalla moglie Aryn Drake-Lee dopo due figli (Maceo e Sadie). Carnagione color caramello, occhi di ghiaccio, fisico statuario con tartaruga imponente: questo Bronzo di Riace nato a Chicago ha un passato da modello e un futuro da regista e produttore. Come resistergli? Non lo ha fatto neppure Rihanna che l’ha voluto per il video musicale Russian Roulette.

JACKSON AVERY (JESSE WILLIAMS)JESSE WILLIAMS
JACKSON AVERY (JESSE WILLIAMS)
Craig Sjodin2. ATTICUS LINCOLN (CHRIS CARMACK)

Link, come lo chiamano tutti, è un volto relativamente nuovo dell’ospedale: l’ortopedico (approvato al Grey-Sloane durante la quindicesima stagione e amico di vecchia data di Joe Wilson) flirta prima con Meredith, per poi innamorarsi di Amelia, che lo ha reso padre di Scout in piena pandemia. Basta guardarlo: questo classico ragazzotto americano biondino sembra un surfer, eppure non ha mai trattato nessuno con condiscendenza, tantomeno una donna. Affidabile, leale e generoso: impossibile non notarlo in corsia. Lo interpreta il quarantenne Chris Carmack, fuoriclasse sportivo che ha fatto il grande salto nella recitazione grazie a The O.C., collezionando commedie romantiche in ruoli da irresistibile rubacuori. Dice di essere solido proprio come l’alter ego di Grey’s Anatomy, incarnando l’immagine del marito ideale.

ATTICUS LINCOLN (CHRIS CARMACK)CHRIS CARMACK
ATTICUS LINCOLN (CHRIS CARMACK)
Mike Rosenthal3. CORMAC HAYES (RICHARD FLOOD)

Fa parte dello staff solo dalla scorsa stagione, alle parole preferisce i fatti: Cormac Hayes, irlandese d’origine, ha sostituito Alex Karev in pediatria, ha un passato tormentato per via della perdita prematura della moglie a causa del cancro. Brillante e sicuro di sé, è ammaliato dalla bravura di Meredith, ma non riesce a rubarle il cuore. Tra tutti i medici dell’ospedale, resta il più discreto e riservato, un outsider che ancora non ha trovato il proprio posto e che ancora non ha imparato nuovamente a sorridere alla vita. Gli presta il volto il 38enne dublinese Richard Flood, marito di Gabriella Pession (da cui ha avuto un figlio, Giulio), che ha conosciuto sul set della serie Crossing Lines.

CORMAC HAYES (RICHARD FLOOD)ELLEN POMPEO, RICHARD FLOOD
CORMAC HAYES (RICHARD FLOOD)
Kelsey McNeal4. NICO KIM (ALEX LANDI)

Quando lo specializzando di ortopedia Nico Kim si toglie il camice difficilmente si riesce ad ascoltare quello che dice, perché tutta l’attenzione viene catalizzata dai pettorali scolpiti. Mascella volitiva, sguardo penetrante, sarcasmo pungente: sembra impossibile che tra tutti i colleghi decida di frequentare il collega più imbranato e timido. La sua sicurezza gli costa cara e si trasforma in arroganza, così quando perde un paziente il suo mondo crolla e si sgretola. L’italo-coreano Alex Landi, di 28 anni, è di fatto il primo interprete di un dottore gay maschio nella serie, che arriva in corsia nella stagione 15.  Amante del tennis, ha studiato teatro dopo aver visto Il re leone a Broadway. Di lui si sa molto poco, se non che ha fatto breccia nel cuore dei fan proprio grazie al fisico statuario e al fascino misterioso del suo alter ego.

NICO KIM (ALEX LANDI)ALEX LANDI
NICO KIM (ALEX LANDI)
Mitch Haaseth5. OWEN HUNT (KEVIN MCKIDD)

Nessuno avrebbe pensato mai che qualcuno avrebbe preso il posto di Burke nel cuore del pubblico e invece, quando nella quinta stagione è spuntato Owen Hunt, veterano di guerra, nessuno ha avuto dubbi sul fatto che fosse perfetto per Cristina. Quando l’attrice Sandra Oh ha lasciato la serie, il personaggio ha cercato altre relazioni stabili, prima con Amelia e poi con la migliore amica Teddy, con cui ha una figlia biologica. Resta uno dei pilastri dell’ospedale, un uomo dai valori solidi che ha sofferto di disturbo da stress post-traumatico imparando a sconfiggere i propri demoni non senza portarne dentro le cicatrici. Lo interpreta il 47enne scozzese Kevin McKidd, probabilmente una delle figure più amate dal pubblico per quel fascino rassicurante, la voce profonda e il sorriso un po’ ruvido. Protagonista di Journeyman e Roma, incarna l’affidabilità al cinema e in tv, restando di fatto l’unico “superstite” dei sex symbol della generazione del dottor Stranamore e del dottor Bollore. Ormai una leggenda.

OWEN HUNT (KEVIN MCKIDD)KEVIN MCKIDD
OWEN HUNT (KEVIN MCKIDD)
Mike Rosenthal


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Per siglare con eleganza il proprio amore, scegliete uno di questi anelli di fidanzamento con le perle: sempre di squisita fattura, dallo stile retrò o più moderno, anche Emma Stone ha ricevuto la proposta di matrimonio con un pearl engagement ring, realizzato dal maestro orafo Yoshinobu Kataoka.

Yoshinobu Kataoka
Yoshinobu Kataoka
Perché scegliere una perla al posto del diamante?

Una elemento che si distingue fra le altre per la sua vitalità e che per questo merita di prendere la scena quando si tratta di gioielli, sia che formi una collana a uno o più fili, sia che spicchi su un anello. A questo proposito, è di grande originalità e non solo, ma anche di grande eleganza e altrettanta nettezza rappresentare il proprio intento con una splendida perla, che esprimerà serenità e naturalezza: quale migliore punto di partenza per un amore grande come il mare e confortevole come il fondale su cui vivono le perle?     

La perla si confà alla sposa per definizione dati il suo colore, simbolo di purezza, la sua perfetta forma sferica e gli auspici che simboleggia: garbo, prosperità e armonia. Nonostante ciò, il regalare una perla quale pegno d’amore è di certo un pensiero fuori dagli schemi, ma quando si realizza questa come la scelta più adatta si ha la sensazione di aver trovato la chiave per esprimersi a tutto tondo.

I modelli sono vari ma forse il podio spetterà sempre a un anello classico, con forme regolari e simmetriche, in oro bianco, ornato da una perla ed eventualmente circondato da diamanti. L’anello di questo tipo per antonomasia non poteva che essere quello di Chanel con “Perles et etoiles”, in oro bianco 18 carati su cui si appoggia una perla sostenuta da una stella punteggiata da diamanti, e “Plume de Chanel”, un etereo dialogo tra la gemma del mare e una piuma di brillanti.

Chanel
Chanel
Chanel
Chanel

Non ci limiteremo tuttavia al classico, perché esistono varianti contemporanee stilizzate senza che questo faccia perdere alla perla il dono di trasmettere la sua naturale pacatezza. Lia Di Gregorio fin dalla metà degli anni 90 realizza anelli che consentono di esprimere il proprio trasporto “con l’intonazione perfetta che cercavi”. Le linee sono nitide, scolpite, talora si intrecciano in cerchi concentrici a formare sagome sinuose tra cui spicca la perla Akoya. La creatrice racconta come è nata la sua passione per le perle: “sono stata attratta dalle perle soprattutto per la loro forma geometrica sferica e per il loro bel colore neutro, elementi che mi hanno lasciata libera nella composizione. Le vedevo più come solidi che come pietre preziose”. Ecco dunque fare capolino la perla quale “gemma” a se stante. 

Lia Di Gregorio
Lia Di Gregorio
Lia Di Gregorio
Lia Di Gregorio
Lia Di Gregorio
Lia Di Gregorio

Nei gioielli di Lia Di Gregorio la perla è posizionata nei modi più impensati: all’interno dell’anello, tra due cerchi concentrici, fra due “dischi” in oro, “sopra” e “sotto” l’anello. “Pensavo”, spiega Lia, “che nascondere la perla, posizionarla in modo diverso, avrebbe cambiato il concetto del gioiello stesso. In alcuni gioielli la perla si muove leggermente; credo che questo possa stimolare l’interesse dell’occhio o semplicemente regalare il piacere di un movimento decorativo libero. La mia principale fonte di ispirazione è un mondo astratto, fatto di concetti, elementi geometrici”.

Rosa De La Cruz
Rosa De La Cruz

Ritroviamo forme stilizzate anche nel modello “Rainbow” di Rosa De La Cruz, un ventaglio di colori – tanti e tanti zaffiri dai toni dell’arcobaleno – su cui spiccano deliziose perle. Un dono decisamente originale per chi sceglierà di augurare alla propria dolce metà un arcobaleno che la sorprenderà anche dopo un temporale. 

La perla potrà anche abbinarsi all’oro rosa o ad altre gemme dai morbidi toni pastello. È il caso di Bronzallure che abbina perle dai toni avorio e grigio tenue a gemme dai colori rosa incastonate su oro rosa, o multiplici cerchi sempre in oro rosa e punteggiati da diamanti su cui spicca una perla avorio. O ancora Fernando Jorge che negli anelli Surroundin Ring e Orbit Ring accosta la madre perla all’oro giallo e ai diamanti. Gli anelli si possono indossare anche uno sopra l’altro al medesimo dito, a significare file di “promesse” certe di essere esaudite l’una dopo l’altra.

Bronzallure
Bronzallure
Bronzallure
Bronzallure

E per chi ha l’umiltà di sapere di essersi innamorato ma sa di voler crescere e affinare il suo trasporto…. stupende perle scaramazze su un anello “grezzo” con cui comunicare quanta strada si vorrà percorrere insieme!

Il diamante urla gioia, la perla la sussurra.

1stdibs
1stdibs


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Come avere più energia in un momento così complesso?

Dopo più di un anno da quando la pandemia da Covid-19 ha fermato il mondo, finalmente si vede la luce in fondo al tunnel grazie all’arrivo dei vaccini. Nel complesso è una buona notizia, ma molte persone sono comprensibilmente preoccupate dal rientro in società.

NEW YORK - MARCH 24: Actress Marilyn Monroe wears an embroidered robe that reads
Feeling Good
Come rilassarsi (dalla mattina alla sera) con questi 16 prodotti beauty anti stress
Nel 2021 creme e fragranze non devono più solamente idratare la pelle. La loro missione va ben oltre. Perché prendersi cura di sé può anche avere effetti antistress e calmanti che aiutano ad affrontare meglio la giornata, dal risveglio fino all’ora di addormentarsi

Molte di noi hanno passato gli ultimi 12 mesi socializzando virtualmente via Zoom, con poca se non nessuna interazione reale. Le nostre routine di bellezza si sono ridotte a metodi fai-da-te, la passione per i corsi di ginnastica online è andata scemando e una volta esaurita la novità di cucinare in casa siamo diventate sempre più dipendenti dal cibo da asporto. Ci sentiamo fiacche e demotivate. Non stupisce che il fatto che il mondo stia riaprendo ci crei ansia – il nostro corpo, semplicemente, non è pronto. La risposta? Una rigenerazione completa.

Secondo la terapista nutrizionale Amelia Freer, essere buone con sé stesse e prendersi il tempo di acclimatarsi è fondamentale. “C’è qualcosa di molto eccitante nell’attesa e nel prepararsi a socializzare quest’estate, e i vostri cari saranno entusiasti di vedervi,” dice. Tuttavia, se volete apportare qualche modifica alla vostra routine giornaliera in modo da sentirvi bene dopo il lockdown, “nutrirvi dall’interno” è da dove cominciare.

Come avere più energia? Qui, Freer suggerisce 6 modi per sentirci rinvigorite, mentre ci prepariamo a uscire dal lockdown.

1. Nutritevi di grassi salutari, verdure a foglia verde e frutti di bosco per uno splendore degno di una spa

Durante il lockdown c’è stata una chiara e positiva tendenza al mantenimento della cura della pelle con nuove routine casalinghe. Molte di noi si sono dedicate alla bellezza per mantenere una sorta di controllo e sentirsi bene con noi stesse durante un periodo tanto difficile. Che si trattasse di seguire consigli di bellezza su TikTok o di sperimentare maschere lenitive per il viso suggerite da qualche top model per alleviare la tensione (la maschera all’avocado di Kendall Jenner, per esempio), i trattamenti fai-da-te sono aumentati vertiginosamente. Se avete paura di perdere la vostra routine quando riprenderanno i drink dopo il lavoro nella vita reale, Freer suggerisce di ripartire dalle basi per ritrovare lo splendore ottenuto dai trattamenti viso fatti in casa. “Cercate di bere dai sei agli otto bicchieri di acqua filtrata al giorno – ma tenete presente che la quantità assoluta necessaria a mantenere l’idratazione può variare”. Tutte cose che avremo già sentito, ma mangiare la frutta giusta e le verdure è un must, continua. “I frutti di bosco freschi o surgelati sono un’ottima fonte di polifenoli [micronutrienti salutari] amici della pelle.” Anche una certa quantità di grassi salutari nella vostra dieta fa meraviglie per la vostra pelle. “Provate una spruzzata d’olio d’oliva sull’insalata o la verdura, qualche fetta di avocado, una manciata di frutta secca e semi, o un po’ di tahina come condimento. Il pesce fresco è ottimo per i grassi omega-3.”

Assorted green vegetables on green tableLarry Washburn

2. Mai sottovalutare il potere del sonno

Secondo Freer, il sonno non dovrebbe essere sottovalutato e dormire una quantità di ore sufficiente produce sempre i migliori risultati. “La luminosità della mia pelle cambia subito,” spiega. Per dormire bene, diminuite l’apporto di caffeina e cercate di stare meno tempo possibile davanti agli schermi prima di andare a letto. Quando si sente particolarmente agitata, la nutrizionista a volte prende “Un integratore di magnesio all’incirca mezz’ora prima di coricarmi, che migliora sensibilmente la qualità del mio sonno.” Ma, sottolinea, dovete “Sempre consultare un nutrizionista o un medico prima di cominciare a prendere un integratore o di cambiare quelli che usate.”

3. Trovate un’attività fisica che fa per voi

È fin troppo facile che il tempo vi sfugga – specialmente durante la pandemia. La camminata quotidiana presto si trasforma in una passeggiata due volte a settimana per poi ridursi a un salto al negozio sotto casa. Mantenere un’attività fisica costante può essere noioso ma invece di rimproverarvi per non aver rispettato i vostri programmi di allenamento, ricompensatevi per qualsiasi attività motoria riuscite a fare. Freer suggerisce delle “bNelle passeggiate immerse nella natura, divertenti corsi di spinning oppure di allenarsi con le amiche”, come modi per liberare l’energia trattenuta.

Acielle StyleDuMonde

4. Concedetevi il tempo per ricaricarvi

A questo punto l’emozione di poter finalmente toccare, parlare e trascorrere tempo di qualità con i nostri cari è quasi incommensurabile. Ci sembra già di sentire WAP che suona sulla pista da ballo, di assaporare vino che non abbiamo comprato noi alla bottega del quartiere e di avere addosso quelle scarpe con la zeppa altissima che abbiamo via dall’estate scorsa. Ma oltre a divertirsi è importante fermarsi, resettare e riposare per aumentare i livelli di energia. Ascoltare il vostro corpo ha la precedenza, dice Freer. “Fissatevi come priorità di andare a letto presto un paio di volte a settimana o trovate qualche minuto per voi ogni mattina per darvi il tempo, lo spazio e il permesso di riposare.”

5. Bevete con moderazione

Il vostro bar vi reclama, ma è essenziale lasciarsi qualche giorno a settimana libero dall’alcol. Non solo farà meraviglie per la vostra pelle, ma ringrazierete quando vi sveglierete senza la testa che scoppia dopo la sbronza. L’ideale sarebbe fare “due o tre giorni” senza alcol, con meno di 14 unità alcoliche a settimana, che è la quantità massima che si consiglia di assumere.

Homemade puffed millet granolaNatasha Breen

6. Fate scorta di cereali e frutta secca

Mangiare cibi integrali quando possibile può fare un’enorme differenza. Freer ha scoperto che può “cambiare completamente come ci sentiamo – infondendo energia, migliorando la salute dell’intestino, nutrendo la pelle e i capelli e altro ancora.” Legumi, frutta secca, cereali integrali e semi contribuiscono a un intestino sano. Inoltre, menziona una dieta ricca di polifenoli (che comprende gli agrumi, il tè verde e il cacao) che arreca grandi benefici alla salute in generale.



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Una cosa sorprendente su Marie-Laure Cérède, direttrice creativa della maison Cartier, è che non indossa mai il suo orologio da polso impostato sull'ora giusta. “È una dichiarazione creativa”, dice a Vogue. “Non voglio che il mio orologio Cartier mi dica l'ora. Il mio tempo è sempre pieno e questo è un oggetto di grazia e bellezza”. Le sue parole fanno eco a quelle dell'artista Andy Warhol, il quale - avvistato raramente senza il suo Cartier Tank - una volta disse: “Non indosso un orologio Tank per leggere l'ora. In realtà, non lo carico nemmeno mai. Porto un Tank perché è l'orologio da portare”. 

Gli orologi creati dalla maison che ha ben 174 anni ed è nata come una semplice gioielliera, adornano da tempo i polsi delle persone eleganti e influenti: dalla principessa Diana (Tank Solo) e Michelle Obama (Tank Française) a Dua Lipa e Bella Hadid (entrambe fan di Panthère de Cartier). E Cérède è incaricata di continuare a lavorare su quell'heritage, che risale al 1904 quando Louis Cartier creò per la prima volta un orologio con cinturino in pelle per l'aviatore brasiliano Alberto Santos-Dumont.

Alla fiera Watches and Wonders, tenutasi dal 7 al 13 aprile a Ginevra, Svizzera, Cartier ha presentato diversi nuovi design tra cui il SolarBeat Tank Must, particolarmente innovativo e dolorosamente chic (è il primo orologio a energia solare della maison), completo di cinturino in pelle non animale. Abbiamo incontrato Cérède su Zoom durante l'evento digitale di quest'anno per scoprire cosa la ispira.

Dua Lipa con un Panthère di CartierCelebrity Sightings in New York City - September 30, 2020
Dua Lipa con un Panthère di Cartier
Robert KamauDa cosa è nata la tua passione per l'orologeria e il design degli orologi?

“Mi piace l'orologeria perché ha una certa complessità. Devi esprimere la tua creatività ma ci sono dei vincoli tecnici: devi rispettare il movimento e i requisiti tecnici del materiale, il tutto mentre liberi il tuo modo di pensare. Trovo davvero interessante questa tensione tra savoir-faire e creazione”.

Il tuo primo Cartier? 

Appena entrai nella maison ci furono dei saldi per i dipendenti, il che rese il tutto molto più conveniente [😂]. Comprai un Tank Divan, che ha una bellissima custodia orizzontale”.

Qual è l'aspetto più importante del tuo lavoro?

“Da un lato abbiamo il tesoro ineguagliabile dei nostri archivi e dall’altro dobbiamo costruire il vocabolario di domani. Cartier era un gioielliere prima di diventare un orologiaio, quindi dobbiamo realizzare orologi con la stessa audacia dei gioielli. Questa connessione con il passato, questa volontà di padroneggiare il patrimonio culturale per portarlo verso il futuro è molto importante”.

Michelle ObamaFirst Lady Offical Portrait
Michelle Obama
The White HouseAppunto, come fai a onorare l'eredità della maison mentre la guidi verso il prossimo capitolo?

“Guardare gli archivi e lasciarsi ispirare da essi fa parte della nostra vita quotidiana. Ma non ci fermiamo qui: ogni volta che lanciamo un’Icona - cioè una collezione che riunisce i design più duraturi di Cartier - guardiamo a come possiamo migliorarla, dai componenti tecnici fino agli standard di sostenibilità. Ad esempio, per il Tank Must abbiamo inserito un movimento fotovoltaico, un pannello che converte la luce solare in energia elettrica, e l'abbiamo dotato di un cinturino non in pelle.

“Per i nuovi modelli Cloche - di cui ce ne sono sei - abbiamo esaminato ogni versione che fosse mai stata realizzata da quando diventò un orologio da polso più di cento anni fa e abbiamo ruotato la sua cassa a campana di 90 gradi, in modo che possa essere appoggiata su un comodino o una scrivania. Abbiamo deciso di dotare alcune delle versioni di un movimento scheletrato con numeri romani”.

Che cosa fai per trovare l'ispirazione?

“Sono cresciuta in Gabon, nell’Africa centrale, quindi sono attratta dai colori della natura, in particolare da flora e fauna esotiche come la rosa di porcellana e le bouganville, nonché dalle gemme: pietre fini come la tormalina Paraiba con le sue sfumature blu neon, che mi ricorda una laguna, e la tormalina anguria.

“Amo i mobili e le decorazioni contemporanee per i loro materiali nobili e vivi, così come la lavorazione del legno, la pietra naturale e i tessuti fatti a mano. Vado spesso alle aste di mobili italiani e cerco pezzi di Tobia Scarpa, Gae Aulenti, Driade e Pulpo. E la filosofia centrale del wabi-sabi, “la bellezza sta nell’imperfezione”, risuona davvero in me.

“Anche la bella scrittura mi ispira. Ad esempio What I Loved di Siri Hustvedt [Sceptre, 2003], The Lovers di Alice Ferney [Atlantic, 2003], Sur les Chemins Noirs di Sylvain Tesson [Gallimard, 2016] e Disturbance di Philippe Lançon [Europa Editions, 2019].

“E l'arte contemporanea. Mi piacciono particolarmente le Gallerie Taglialatella, con i lavori di artisti del calibro di Kouka, Lucas Ribeyron e Ivan Messac”.

La principessa Diana ha al polso un Cartier Tank SoloDiana Hands Together
La principessa Diana ha al polso un Cartier Tank Solo
Tim GrahamCosa rende davvero eccezionale il design di un orologio?

“È facile creare qualcosa di bello. Ciò che non è facile è rimuovere tutti i dettagli decorativi e conservare solo l'essenziale. Dico sempre al mio team che una creazione di Cartier dovrebbe essere una firma scritta con un solo tratto. È tutta una questione di emozione”.

Hai qualche musa ispiratrice?

“Ho più passioni che muse. Pensare in termini di muse potrebbe limitare la mia creatività”.

Lavori per Cartier dal 2002, periodo in cui gli smartphone sono diventati parte integrante delle nostre vite: in che modo la tecnologia ha influito sul tuo lavoro?

“Oggi, la funzione di un orologio non è solo quella di indicare l'ora. Abbiamo così tante cose, ad esempio uno smartphone, come dici tu, che ci indicano l'ora. Quindi un orologio Cartier è un modo per affermare la tua identità estetica; è una dichiarazione di bellezza, espressione di sé e unicità piuttosto che semplicemente uno strumento per leggere l’ora”.

Il tuo lavoro ruota intorno al tempo: come gestisci il tuo in modo efficace e come trovi un sano equilibrio tra lavoro e vita?

“Anche se sono madre di tre bambini, non ho problemi di equilibrio tra lavoro e vita privata perché il mio lavoro è una passione e parte di me stessa. È abbastanza naturale per i miei figli vedermi come una madre e una persona creativa, è una cosa abbastanza fluida. Le persone creative pensano sempre alla creazione, non c'è un momento per creare e un momento per non creare. A volte vedi qualcosa in un momento personale e ti si forma una nuova idea”.



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Interview with Daniela Scattolin • Photo Gallery
Alessandro AmicoAlessandro AmicoAlessandro AmicoAlessandro AmicoAlessandro AmicoAlessandro AmicoAlessandro AmicoAlessandro AmicoAlessandro AmicoAlessandro Amico

As the next generation of DIY actors takes the big screens, it’s safe to say that Daniela Scattolin will be one the scene’s most promising new talents. However, doesn’t limit herself to being just an exceptionally pretty face: at the other end of the line, she’s ready to dive deep into the cutthroat world of racial politics. “I was born and raised in Veneto, northern Italy, to a couple of Ghanaian origins and then I was adopted by my now-parents,” she tells me. “Growing up in northern Italy was exceptional for me. Exceptional in the truest sense of the word. Exceptional in the sense that it deviates from the norm because not many with my skin colour had such a potentially carefree childhood; and exceptional in the sense of incredibly beautiful because it allowed me to grow with simple but strong values.”

A woman of formidable poise, her words are an anthem for generations transfixed by societal constructs, an antidote to the hardship of systemic failures long entrenched in our world. “The fact I’m charismatic has not wiped away the thought about how I could have been treated if I didn’t have the ‘right’ appearance, character, but above all a family of a certain calibre,” she freely admits. “If I hadn't been adopted, I would never have had Italian citizenship before I came of age despite my being born and raised here. I feel lucky for so many things that a fair-skinned peer of mine will probably never experience as tangible issues.” It’s also a really political issue. “It's not safe to be Black in America. But being Black in Italy is also a challenge, because you’re forgotten by the system which tells you have to conform in order to fit in.”

Exploring the concept of belonging within the world and, by extension, with identity at its core, Scattolin is now among the cast of ZERO—a first-of-its-kind Netflix series focusing on the Black Italian experience and underrepresented cultures of the Milan suburbs—which, judging from the calibre of her sensitivity, has helped shape her thinking even further. In fact, she’s as fiercely determined as you’d imagine a teenager with such an impressive career under her belt to be. “I believe in the importance of inclusion at all levels for people of colour,” she says. “If it doesn’t exist in real life, how can a script naturally reproduce something that doesn’t manifest in society? I’m very happy with Sara, my character in ZERO. The real challenge was to recover that jaunty way belonging to the world of adolescence and realign with it, but it was fun.”

Scattolin’s dedication to reflecting on diversity is clear in her vision. Maybe thanks in part to the depth and experience she’s slowly gaining from acting, plus a heavy dose of natural intuition. Her talent carries a message of self-confidence and (you guessed it) self-acceptance, which feels incredibly relevant and necessary to her generation. “Growing up in Italy sometimes made me believe I had to repress my diversity, as if it was important to blend in and be as quiet as possible to survive. Now I would say that as a Black woman and actress my goal is to aim to redefine this box that we have been put into as Black skinned people and to hold the title up instead. Over the years I have acquired awareness and responsibility towards what my colour is and what it represents.”

As of late, a main conversation topic between members of international communities has been the discrimination against black women. “I’ve experienced the exploitation of the image of the Black woman for years. In addition to the idea of the angry woman, when with the idea of flattering me, people ring a bell, people call me or call other Black women black panther or Black Venus. Behind these names lies an ancient sexism in which black women are animalistic, promiscuous and sexually voracious, because there is something retrograde and offensive in these apparently banal stereotypes. In pre-war America, slave status, gender, and race combined to create a complicated set of myths about Black women who were considered aggressive, dominant, and masculine. Black women are still perceived as malicious, stubborn, bossy, unnecessarily noisy and violent, but we must fight to eradicate this bias.”

The consequences of slavery have not only resulted in harmful social, economic and political failures, but have also led to the demarcation of negative racial stereotypes of women of colour in the media. Therefore, the history of America is an affair that also concerns us Afro-Europeans. In fashion, the pattern is clear: television has shown the stereotypical ideas of Black women for countless times. “My thought is that there should be a more accurate and impartial representation of women of colour in the media in general,” she reckons. “Black women who are angry exist, just as anger exists with any category of people.”

The monochromatic photographs in which she’s captured exude timelessness and elegance, pursuing a lens that epitomises something close to poetry. “Of this particular shoot, more than my image, I’m happy not having let myself be controlled by negative messages from a society that wants through my skin colour to channel me into a bubble with immutable assumptions and reduced opportunities because of my skin colour,” she says. “To my daughter I want to convey this gaze of tenacity and non-submission to the world. I hope she can experience the achievements made by the union of women of any ethnicity. It’s not rhetoric; it is pure and living hope. I will never use my skin as an accessory, and I will not appeal to the real discrimination that exists in the world just because it is fashionable to be pro Black Lives Matter and to have afro hair because it’s soft and cool. BLM is a serious movement, not an Instagram phrase and I strongly believe that we can change this second category status to which we have always been bound.”

By looking at the world around her with thirsty eyes and longing mind, it’s clear Scattolin come across as anything but supremely authentic. On that note, she concludes reflecting on the peerless value of motherhood. “I’m very excited about the idea of becoming a mother, it’s a huge responsibility to raise a human being,” she says. “I’m young and in fact perhaps a little too young compared to the typical age which people decide to give birth. But in my life path now I feel the need to give love and be present without compromising the life of a creature. In fact, if I had to replace the word love, I would only replace it with purity. And if she doesn't feel comfortable in her gender, I want her to be proud of her path of change and not want to hide it.”



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ONYX, 6 Inches To Heaven
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ONYX, Blue Dream
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ONYX, Final Fantasy
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ONYX, Summer
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ONYX, In Her Element
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Kam & Kali, 2020.
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Coming Down, 2020.
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Where Dreams Lie, 2020.
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Cash Out, 2020.
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Rain Dance, 2020.
Adrienne Raquel


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Who pioneered modern skateboarding? The actual four-wheeled object was invented in the 1950s, but what’s even more fascinating is how skate culture blossomed and has endured to this day. A rag-tag band of misfits from the Venice neighbourhood of Los Angeles can legitimately claim to be the first skaters, coming together in the early ’70s. Named the Z-Boys, after the Zephyr surf and skate shop in Santa Monica, and comprised of 11 boys and one girl, most of them teenagers, they were the first to apply surf moves to skateboarding and create a whole new style. Stacy Peralta was one of the group’s most prominent members, along with Tony Alva and Jay Adams. After leaving the Z-Boys, Peralta became the world’s top-ranked professional skateboarder at the age of 19. He then launched the skateboard company Powell Peralta, which developed into one of the most popular skate brands of the ’80s. During that decade he assembled the Bones Brigade team with the best skaters of the era, including skate legend Tony Hawk. Driven by a desire to document the culture that had grown up around the sport, Peralta began to pitch skate-related projects to Hollywood studios, paving the way for the cult documentary Dogtown and Z-Boys, which won the Directing Award at the Sundance Film Festival. He also wrote the screenplay for the 2005 Hollywood adaptation Lords of Dogtown, and directed the 2012 documentary Bones Brigade: An Autobiography. Many of the original Z-Boys have sadly passed away, but Stacy Peralta agreed to talk to L’Uomo to explain the reasons behind the group’s lasting legacy.

You’re from Venice, LA, and you’re associated with this neighbourhood in the public imagination. How would you describe Venice, then and now, to someone who has never been there? It’s changed a lot since the Dogtown days. It was an extremely cool place in the ’70s because there was very little money and interest in the place. It was fairly rundown, which allowed us a lot of freedom of movement, freedom of expression and freedom from people bothering us. Today it’s overpopulated with multimillion-dollar glass homes and is so overly hip that it’s unhip! [laughs]

It may be difficult for younger generations to imagine how skaters were considered as outsiders in the early ’70s. Was this feeling present in the early days? We weren’t even worthy of being considered outsiders! We were all non-conformists trying to figure out a way to express ourselves and develop ourselves in the face of doing something like skateboarding that wasn’t even considered at all. We weren’t “outsiders” as skateboarding wasn’t considered anything but pure trouble, problematic and vandalistic.

Your film highlights the strong link between surfing and skating. From a cultural standpoint, what do you think are the similarities and differences between the two? They’re both similar in their physical expression and how you move on the board, and both at that time were renegade sports – sports that precluded parental involvement. Both activities were done in locations where there were no adults: out in the breaking surf and in back alleys, empty playgrounds and dilapidated backyards.

You were a skateboard champion yourself and then diversified. Was it easy to transition from being a skater to being an entrepreneur with Powell Peralta? It was easy for me only because I was so deeply interested in doing it. I was incredibly hungry to be a part of the founding of a progressive skateboard company, and I found it even more rewarding than my own professional skateboard career because there were so many things to do and the opportunity allowed me to develop so many talents within myself that I never knew were there. It was nothing short of a magic opportunity that had a tremendous impact on my life.

Skateboarding could have been just another sport, but it turned into a cultural phenomenon. How did that culture develop, and how important were people like writer-photographers Craig Stecyk and Glen Friedman in making it happen? Right from the beginning it established itself as a culture with its own terms, with its own look, temperament and rules, if you will. Stecyk and Friedman were important in that they were both on the inside and both really skilled photographers documenting so much of what was happening in real time.

(Continues)

Opening image: Stacy Peralta, photo by Tony Friedkin. “Dogtown and Z-Boys” (2001), photo Moviestore Collection Ltd / Alamy Stock.

Read the full interview by Cezar Greif in the May issue of L'Uomo, on newsstands from April 13th


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“Dismissive of authority and convention, skateboarders suggest that the city is not just a place for working and shopping but a true pleasure-ground, a place where the human body, emotions and energy can be expressed to the full,” wrote Iain Borden, author of Skateboarding, Space and the City: Architecture and the Body. For the British architectural historian, this relatively new urban activity, performed mostly in non-places such as sidewalks, subways and abandoned factories, known as “skate spots”, investigates new ways of understanding and interpreting space. Besides being a sport, skateboarding should be seen – he argues – as a performative critique of the constructed world.

“Whether in disused warehouses and railway stations, car parks or desolate Soviet memoryscapes, skateboarding has an eye for appropriating discarded places and giving them a fresh lease of life that’s centred on joy and leisure rather than market and productivity. Regardless of how unconventional or subversive it may be, this urban activity has a deep appreciation and understanding of architecture, helping us rethink its manifold possibilities,” says Rotterdam-based photographer and skater Rubén Dario Kleimeer. “Artist, writer and photographer Craig Stecyk, known for having captured the surf and skate in California since day one, could not have stated it better: ‘Two hundred years of American technology has unwittingly created a massive cement playground of unlimited potential. But it was the minds of 11-year-olds that could see that potential.’”

In 2015, Kleimeer began his still ongoing Imaginary Perspectives project, a series of black-and-white photos inviting the viewer to re-evaluate city architecture through the preconception-free gaze of a skater. “Street skaters seek out skate spots on the streets of the city, just as wolves would look for prey in the woods. They enter into a relationship with space and project their fantasy onto the most diverse architectural elements – sometimes, as is often the case in my pictures, even those where skating is technically not possible. But the right curvature of a wall, or the right shape of an obstacle, is enough to excite their hunter’s eye.” Kleimeer explains how skateboarders’ attitude towards appropriating architecture was there from the outset. “The first skateboarders were Californian surfers who searched for concrete banks and tried to ride them like a wave. When a desert-like drought in the mid-1970s forced many municipalities in California to drain their pools of water, skaters were quick to realise that empty kidney-shaped swimming pools made perfect cement waves perfect to mimic surfing. From that moment on, skateboarders conquered their surroundings and appropriated the space for their own use. From ollieing on stairways to jumping up curbs, skaters became masters of finding new uses for objects other than what they were designed for.”

(Continues)

Skateable Spaces: Rubén Dario Kleimeer photographs Rotterdam’s architecture via his skater’s gaze. Photos courtesy of Contour Gallery.

Read the full article by Michele Fossi in the May issue of L'Uomo, on newsstands from April 13th


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Adrienne Raquel • Photo Gallery
Adrienne RaquelAdrienne RaquelAdrienne RaquelAdrienne RaquelAdrienne RaquelAdrienne RaquelAdrienne RaquelAdrienne RaquelAdrienne RaquelAdrienne Raquel

Amidst a time of great uncertainty and disruptions blasted at every corner of the world, it can be easy to feel a sense of stagnation or procrastination crawling over us. With a body of works that’s expressive, poignant and suitably anthemic, New York-hailed photographer Adrienne Raquel has landed with a powerful dose of escapism. Or better, a brand-new exhibit, ONYX, commissioned by Fotografiska New York. “I wanted to stray away from my typical workflow and challenge myself to capture this series from a new, more documentarian point of view,” she says.

With female empowerment at the core of her practice, the exhibition recounts the eponymous strip club in Houston, Texas. For this, she highlights the nuances of Southern strip culture by blazing her own trail across femininity, sisterhood and liberation. The work reflects upon the vibrant and uplifting journey that photography has taken her on, accompanied by an equally emotive manifesto from the subject matters she chose to portray. “I’ve come to realise that there is somewhat of a family structure at Club Onyx,” she reckons. “In many instances, the dancers look out for one another, protect each other, motivate one another, and help each other get ready for the night.”

Ahead of the exhibition launch via Fotografiska’s websiteVogue caught up with the photographer to discuss why the industry should be free to talk about breaking boundaries, identity and the female gaze.

Adrienne, it’s a pleasure having you here with us. Could you describe the type of photography you create?

My photography is an ode to womanhood and femininity. I love exploring and depicting the relationship that women have with their inner selves—who they are, how they feel about themselves, and how such exude their confidence. My work is all about celebrating womanhood and giving the women that I lens the stage to feel beautiful and feel seen at their best, most heightened self.  Whenever I shoot, my goal is to create a safe space and develop a level of trust where my subjects can tap into their inner femininity, own their confidence and effortlessly express and embrace themselves wholeheartedly. I feel as though these attributes are what give my work a special aura. My photography is often rooted in fantasy—it’s bold, it’s sexy, it’s glamorous and at times, it’s nostalgic and dreamy. I use warm, vibrant hues, and soft lighting to accentuate the innate details and subtleties that make each of the women that I photograph unique. 

When did you first develop an interest in this practice?

My love for photography developed during my freshman year in college. It was there that I had my first experience in a formal film-darkroom photography course.  My photographs at the time also revolved around the concept of womanhood and inner self. I initially began with shooting self-portraits. I was fascinated with the idea capturing these altered versions of myself. I would dress up, put on makeup and photograph myself in various scenarios according to how I felt at the moment. The portraits that I created at that time revolved around concepts of identity, altered ego, self-reflection, and sensuality. I realised with photography that I literally had the freedom transform, create my own world and essentially, photograph my own narratives. This was exciting to me. I eventually moved on from shooting self-portraits and began photographing my friends. I believe this was the turning point for me to fully embrace my creativity and learn how to connect and capture the essence of other people, beyond myself.

Moving on to the exhibition, ONYX, a provocative – somewhat poignant – exploration of clubs, particularly the Onyx strip club in Houston TX, your photographs push against the grain by capturing dancers in “a candid and intimate environment.” What exactly did you want to portray through this narrative, and why did it matter to you?

With ONYX, I wanted to stray away from my typical workflow and challenge myself to capture this series from a new, more documentarian point of view. The goal was removing myself from my comfort zone, and photograph each entertainer from a truly intimate, candid perspective. I was granted full access to the entire club where I would typically shoot every night from 8pm to 4am. This gave the opportunity to experience the club at its slowest hours and its busiest moments. I would spend my nights sitting in the DJ booth, backstage, or random corners of the club until I saw a moment that I felt was worthy of capturing. All of these images were taken in the heat of the moment, in full action, during live performances. These photos are dynamic, spontaneous and at many times, the entertainers were unaware of my presence. I believe these women are worthy of recognition. Ultimately, I want to portray a narrative of femininity, sisterhood, self-transformation, and female empowerment amongst the entertainers at Club Onyx.

What’s your take on intimacy in womanhood, and how relevant does it feel in relation to the present times?

Womanhood and intimacy truly go hand in hand. Women are now at a time and place where we are at the forefront of openly expressing our emotions, desires, vulnerability, sensuality, sexual prowess, and connectivity. In my opinion, intimacy is an ever-changing process. It’s a space where you have to love and accept yourself, and be kind to yourself, listen to how you feel, and be comfortable with all aspects of who you are. I feel as though I reflect a certain level of intimacy within my work.

Historically, there is a societal stigma that plagues strip clubs, exotic dancing, and sex workers. A lot of people tend to pass judgment and demoralise these industries. In turn, the women that work in these spaces are often ostracised, objectified and minimis ed because of what they do, how they look, and how they make money. What’s your take?

With ONYX, I want to break those perceptions, and lend a true perspective into the lifestyle from my own female gaze. These entertainers are real women with talent, hopes, and dreams—just like everyone else. These women are valuable. This series humanises these women and captures their true essence, without the presence male spectators. 

Was it a challenging experience?

Capturing ONYX was a challenging, yet eye-opening experience. Photographing this series pushed me my out of my comfort zone, both socially and creatively. I’m known to have a bit of an elusive, introverted personality. I’ve always been shy natured—I’m highly observant and at most times, can be pretty reserved.  For ONYX, It was imperative for me stop out of my comfort zone and to submerge myself into an unfamiliar world, and essentially let go of my introverted ways. I extended myself to build a genuine connection and a sense of trust with women whom I’ve never met–—during some of their most erotic, sensual and at times, vulnerable moments. This was a huge responsibility for me, and ultimately a goal for this project so that I could capture the narrative from an authentic point of view. 

When I first began shooting, I remember having a sense of hesitancy and feeling intrusive in many ways. I had to quickly figure out how to adapt and confidently approach and navigate the club environment, the dancers, and the guests of the club.  Photographing this series also served as a creative challenge.

Another thought-provoking aspect that hails from your visual narrative is a focus on “the relationship dynamics amongst the dancers.” How did you go about portraying such in your photographs, and what does it mean to you?

The relationship dynamics between the dancers has always been something special that I’ve found captivating at strip clubs.  When at a strip club, it’s easy to get caught up in the allure of the atmosphere—the flashing lights, the music, the mirrors, the cash flow, and the beautiful women. Once you peel away all of these elements, there is a hidden dynamic amongst the dancers that isn’t always obvious to the naked eye. Behind the scenes, there are women that form these cohesive bonds amongst one another—similar to a sisterhood. 

I’ve come to realise that there is somewhat of a family structure at Club Onyx. In many instances, the dancers look out for one another, protect each other, motivate one another, and help each other get ready for the night. Through this experience, I got the opportunity to genuinely connect with the women in this space. Through them, I learned the importance of not making assumptions—everything is not it seems. 

What did you want to make people feel?

Ultimately, I want people to walk away from this exhibit with a newfound perspective on this industry and the women that perform in these venues. These women are more than just beautiful bodies and sexualised objects. They are worthy and deserve to be viewed in the light of their own humanity despite the negative stigmas that society has instilled. 

Was it therapeutic creating this at all? 

Photographing this series was definitely a therapeutic experience for me. Through conversations and through these images, I was able to see myself in women that I interacted with. They have inspired me in many ways and have taught the importance of being acceptant who I am—no matter what anyone else thinks, says, or believes. They also taught me the importance of being comfortable and confident in your own skin and owning it.

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For more updates on the exhibition, visit www.fotografiska.com. 



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IMG_8574bw.jpgAlessandro AmicoIMG_8566bw.jpgAlessandro AmicoIMG_8567bw.jpgAlessandro AmicoIMG_8661bw.jpgAlessandro AmicoIMG_8672bw.jpgAlessandro AmicoIMG_8666bw.jpgAlessandro AmicoIMG_8735bw.jpgAlessandro AmicoIMG_8779.jpgAlessandro AmicoIMG_8744bw.jpgAlessandro AmicoIMG_87671bw.jpgAlessandro Amico


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